Ricerche americane hanno evidenziato un aumento della dipendenza da Facebook, soprattutto nelle giovani donne. Queste ricerche stimano che una donna su tre, nella fascia d’età compresa tra i 18 ed i 34 anni, arrivi al punto da accedere alla propria pagina del social network appena alzata, ancora prima di lavarsi i denti. Certo non serve una ricerca americana, la mia esperienza mi porta a confermare quanto sopra e non solo, nemmeno l’essere in compagnia di amici, davanti ad una pizza ferma i malati di fb, dall’accendere il cellulare e fare mille schiamazzi per poter aggiungere l’agognato post alla propria pagina. Solo ieri sono stata compagna di posto di una di queste persone, prima l’euforia per aver trovato qualcosa da scrivere, poi la depressione per il non riuscire a collegarsi, la rabbia ed infine di nuovo euforia post accesso a fb. Una quantità enorme di adrenalina, per una persona che si estranea completamente dal gruppo di amici reali e si perde nei meandri della sua vita “virtuale”. Sembra che una persona su cinque, abbia regolato il suo ritmo circadiano per potersi svegliare nel cuore della notte e controllare i nuovi posts. Cosa dire poi di Facebook sul posto di lavoro, boss disperati che chiudono fb ai dipendenti, usando a pretesto il calo di attenzione e produttività e che poi però controllano la pagina di aspiranti nuovi lavoratori, prima di assumerli. Ora però lavoratori malati di fb c’è chi “forse” vi salverà, è uscito infatti il libro Wellbeing: The Five Essential Elements, nel quale vengono enunciati cinque elementi essenziali, tra i quali appunto il socializzare, arrivando a sottolineare che chi riesce bene in questi cinque elementi è un ottimo lavoratore. In pratica questo libro santifica fb sul posto di lavoro. Bene, me ne ricorderò domani, mentre oberata di lavoro, costretta a leggere un libro in pausa, perchè il boss ha tolto prima fb e poi internet, corro tra un piano e l’altro e passando davanti alla scrivania del capo butterò l’occhio sulla mia pagina di fb aperta sul suo pc. Il problema è che abbiamo perso il senso della moderazione, siamo diventati dipendenti da tutto, perfino dalle melanzane virtuali dell’orto di facebook.
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